Negli ultimi anni, le applicazioni degli impianti corti – ovvero quelli dotati di una lunghezza massima pari a 8 – e i possibili vantaggi derivanti dal loro utilizzo rappresentano un tematica fra le più discusse. L’indiscusso interesse da parte dei clinici deve chiaramente trovare un supporto a livello di evidenze scientifiche. Trattandosi di prodotti nuovi, le evidenze – e di conseguenza i protocolli operativi – sono in continuo aggiornamento. Al momento la maggior parte dei follow-up disponibili in letteratura forniscono un feedback che arriva al medio termine.
La zona lateroposteriore del mascellare superiore rappresenta da sempre un area critica dal punto di vista implantologico, per il consueto processo di riassorbimento osseo postestrattivo e, contestualmente, per la progressiva pneumatizzazione del seno mascellare. In presenza di uno spessore osseo francamente ridotto e, pertanto, insufficiente ai fini di inserire impianti, la metodica di bone augmentation fondamentale in tale regione è rappresentata dal rialzo del pavimento del seno mascellare: si tratta oggi di una procedura dotata ormai di protocolli estremamente affidabili e con un tasso di successo tra i più alti di tutta l’implantologia. D’altra parte, si tratta comunque di una procedura ancora abbastanza indaginosa per il paziente, impegnativa anche in termini economici e soggetta a una curva di apprendimento per quanto riguarda il chirurgo.
Il mascellare posteriore costituisce, in effetti, una delle sedi per cui l’uso degli impianti corti suscita maggiore interesse.
É interessante come recentemente e contemporaneamente siano state presentate due revisioni sistematiche con meta-analisi che hanno considerato in maniera diametralmente opposta il rapporto tra impianti corti e rialzo di seno. Da una parte, gli impianti corti come alternativa al sinus lift con posizionamento di impianti a normale lunghezza, dall’altra l’uso di impianti corti nel contesto dello stesso rialzo.
Nel primo caso (Nielsen, International Journal of Oral and Maxillofacial Surgery) la meta-analisi ha incluso studi che confrontassero l’outcome a un follow-up di almeno 3 anni: complessivamente solo 3 studi hanno soddisfatto i criteri di inclusi, fornendo comunque dei risultati giudicati a basso rischio di bias. Complessivamente l’autore denota una mancanza di differenze fra le due tecniche in termini di survival rate né per quanto riguarda la soddisfazione del paziente, pur ammettendo la necessità di eseguire nuovi trial randomizzati con campioni più ampi.